RASSEGNA STAMPA:
"LIBERAZIONE" SUL CASO DI SPAZIO RADIO

Molti anni fa ruppero il monopolio statale ma poi ci fu la legge Mammì che produce ancora danni
Radio libere in lotta per sopravvivere.
E Gasparri ne spegne qualcuna

di Massimiliano Sfregola
Matilde Spadaro

All'inizio furono le radio libere ad abbattere il monopolio statale. Poi il mezzogiorno di fuoco scoccò con la Mammì. Censimento frettoloso e poco accurato delle emittenti, blocco delle concessioni ed allora quelle esistenti diventarono merce pregiata. Si scatenò così il grande business dell'emittenza. Nella giungla dell'etere sopravvissero le radio "comunitarie", emittenti no-profit espressione di istanze sociali politiche o religiose. Animate in gran parte da volontari, espressione dell'antagonismo radicale o della sinistra ecologista, rappresentano gli ultimi avamposti di "talk radio sociale", con tanta informazione e largo spazio ai microfoni aperti: dalla storica Radio Onda Rossa, a Radio Città aperta, erede di Radio proletaria, da Bbs, gestita dal centro sociale Brancaleone a Spazio Radio, emittente ecologista, tutte a Roma, fino a Radio Nuova Musica di Pordenone. Ad eccezione di Radio città aperta, le altre vivono da anni vicende travagliate di ordinaria ingiustizia, strette tra continue pronunce del Tar ed il ricorso a mobilitazioni popolari per sancire i propri diritti. Radio Onda Rossa rappresenta da sempre la voce del movimento. Dai centri sociali, alle miriadi di coordinamenti che si sono succeduti dalla sua fondazione nel 1977 la legge prevede per le emittenti comunitarie. Nel 1987, tuttavia, Radio Vaticana l'ha privata della frequenza, approfittando dell'extraterritorialità dei suoi studi; inizia per Onda rossa un'estenuante battaglia conclusa nel 1996 con l'occupazione della frequenza degli 87.9, liberata nel frattempo dal fallimento di un'altra emittente. «La situazione è di stallo - racconta Giordano di Onda Rossa - ma anche se qualche spiraglio s'è aperto, non possiamo abbassare la guardia. Ci perseguita una carenza cronica di risorse economiche, compensata solo in parte da sottoscrizioni ed iniziative: lavorare in queste condizioni non è semplice. Ma proprio per questo chi partecipa attivamente al progetto, lo fa per convinzione e non certo per interesse». Critica è la situazione di Radio Bbs. La sua unica frequenza, 94.2, è stata per anni oggetto di una controversia con Radio Subasio: battaglia non proprio alla pari, visto che il colosso commerciale umbro, solo a Roma ne vanta ben sette. Con un ingiustificato spostamento di trasmettitori, il Ministero risolve la diatriba disponendo la chiusura di Bbs. Così dieci anni di conflitti si risolvono in un attimo: a pochi giorni dal silenzio di Bbs, i trasmettitori di Subasio iniziano ad irradiare sulla capitale il segnale di "Subasio più", terza emittente del gruppo, ovviamente sui 94.2. In breve si susseguono gli appelli: dalla Fnsi fino alle interrogazioni in Parlamento. A queste ultime il ministro Gasparri risponde con un formale impegno ad una soluzione, ma la cronaca registra un evidente "lavorare con lentezza" ministeriale, che fa intendere il disinteresse, se non la contrarietà alla riaccensione. «Abbiamo adottato fin dall'inizio una politica di dialogo e mediazione - dice Pasquale Melchiorre, capo della redazione giornalistica dell'emittente - ma è ormai evidente che i continui rinvii puntano allo sfinimento. Sono mesi che il ministero fa prove tecniche ed ha persino individuato una frequenza alternativa. Cos'altro bisogna attendere? Visto che la pazienza non è a tempo indeterminato, inizieremo a breve una mobilitazione affinchè i nostri diritti e quelli di chi ci ascolta vengano tutelati».

Paradossale è invece il caso di Spazio Radio. La frequenza è legalmente assegnata, le tasse vengono versate allo Stato, la programmazione ed il palinsesto sono regolari ma la voce dell'emittente è oscurata. La vicenda, veramente grottesca, affonda i suoi prodromi nel censimento che fu necessario operare all'atto dell'entrata in vigore della Mammì. Una volta riferiti i dati relativi alle frequenze occupate ed alla potenza di trasmissione, si attesero le assegnazioni delle concessioni. Era il 1990, i grandi gruppi editoriali si affacciavano sulla ribalta dell'etere. Era tutto un fiorire di nuove emittenti ed un moltiplicarsi di impianti accompagnato da un innalzamento spropositato delle emissioni. Il principio di concorrenza non si basava più soltanto sull'audience e sulla raccolta pubblicitaria ma anche sulla possibilità di sparare segnali potentissimi. Un fenomeno pericoloso per la salute dell'uomo ma reso possibile dalla corsa alle frequenze, bene sempre più prezioso. La dichiarazione delle concessioni fotografò il presente ed il futuro ancora da venire. Con qualche zero di troppo dichiarato all'atto del censimento, da 100 watt gli apparecchi avrebbero potuto sparare frequenze a 10000 watt garantendosi la possibilità di sopravvivere nella giungla dell'etere. Toccò soccombere a quelle piccole emittenti che, dichiarando la reale potenza di trasmissione, di fatto si preclusero qualsiasi possibilità di trasmettere nel futuro avendo il segnale coperto dai giganti radiofonici. E questa è la situazione odierna nella quale è costretta Spazio Radio, emittente ambientalista e pacifista della capitale. «Siamo veramente amareggiati e sempre più convinti che in Italia la legalità e l'onestà non esistono più. La nostra radio è un'emittente imbavagliata dal 1990 - ha sottolineato Claudio Patrizi di Spazio Radio -. Continuiamo a lottare, anche se ci rendiamo conto che siamo vittime della nostra stessa onestà»

(Liberazione, 13/01/2005)

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